Il nuovo decreto-legge sulla sicurezza, entrato in vigore il 12 aprile e promosso dal governo Meloni, ha reso illegale l’intero settore della cannabis light in Italia, vietando la coltivazione, lavorazione, distribuzione e vendita delle infiorescenze di canapa sativa, anche in forma semilavorata o derivata (come oli e resine). Il decreto-legge è stato approvato con urgenza, aggirando un ampio dibattito parlamentare, e stabilisce che chi continua a produrre o vendere questi prodotti rischia denunce e sequestri secondo il testo unico sugli stupefacenti; questo nonostante si tratti di cannabis con bassi livelli di THC e alti contenuti di CBD, che non ha effetti psicoattivi rilevanti.
Questa decisione mette a rischio circa 3.000 aziende e 15.000 posti di lavoro creati grazie alla legge del 2016 che aveva regolamentato il settore. Abbiamo chiesto a Peter Grünfelder, presidente del Cannabis Social Club di Bolzano e titolare di un negozio che vende questi prodotti, di raccontarci come sta vivendo questa crisi, che mette seriamente a rischio la sua attività ed il posto di lavoro suo e dei suoi due dipendenti.
SALTO: Grünfelder, cosa comporta il nuovo decreto sicurezza per chi, come lei, lavora con la cannabis light?
Peter Grünfelder: Il CBD, cioè la cosiddetta cannabis light legalizzata nel 2018, è stato di fatto messo al bando. Ora questi prodotti naturali non sono più legali, e questo è avvenuto da un giorno all’altro. Tutti i commercianti in Italia si ritrovano nella nostra situazione, con i magazzini pieni di merce che improvvisamente è diventata illegale. Non sappiamo come comportarci o cosa fare. Il problema è che si tratta, di fatto, di un prodotto utilizzato a scopo terapeutico: i nostri clienti lo considerano un medicinale. Come puoi negare a una persona un prodotto che la fa stare meglio?
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